| SALVATORE DI GIACOMO, UN GRANDE 'OFF LIMITS' | ||
| DALLE LETTERE, UN RAFFINATO SPETTACOLO | ||
| di CHIARA ROTONDI del 01/02/2010 - 12:23 | ||
Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI----‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- 'OFF LIMITS', scrivevano gli occupanti anglo-americani sui muri della città mediterranee appena le invadevano, dopo averle bombardate: la Casbah di Algeri, i Quartieri di Napoli, la Qalsa di Palermo. Stava a dire: attenti, qui c' è il popolo, è zona interdetta ! Da proibire assolutamente nei secoli dei secoli.... E' con questo criterio che negli ultimi decenni di trionfo Assoluto dell' Unico Pensiero, regesti interi e palinsesti sono andati cancellati letteralmente dalla Historia Oficial scritta dai falsi-vincitori. Il legato di Napoli, in virtù della borghesia 'digerente' più vilmente collaborazionista, a cancellarlo esa stessa, è certamente quello più schiacciato da un Presente mai così opprimente ed ideologico...proprio in virtù della sue enorme ricchezza, sparita ed estirpata da un giorno all' altro, grazie agli ameri.com/unisti saliti al potere per mano dei loro Badroni d' oltreoceano.....Così, è a sorpresa, in una piccolla bottega teatrale, per merito di un acuto indagatore quale è Ottavio Costa che......... Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI---- ‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI---- ‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI---- ‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI---- ‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI---- ‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI Libera Scena Ensemble (Napoli), TEATRO NORD NAPOLI---- ‘NA CHITARRA E’ AMMORE---- Omaggio a Salvatore Di Giacomo----- Uno spettacolo a cura di Ottavio Costa----- con: Anita Pagano/Elisa di Giacomo Avigliano;Ottavio Costa/Salvatore di Giacomo ---musica Licia Cutolo; canto Pasquale Ammendola,con chitarra---- video daAssunta Spina – 1915 con Francesca Bertini e Gustavo Serena ----fotografie dalla collezione della Biblioteca Lucchesi Palli curata dagli Archivi di Teatro Napoli---- Torna Salvatore di Giacomo: il grande poeta e drammaturgo napoletano del primo Novecento, è oggi uno dei grandi dimenticati da una politica culturale letteralmente lobotomizzata, perché resecata dalle sue radici, in una ansia di 'mettersi a norma' che la appiattisce completamente sulle mode dell' americanizzazione più totalitaria, come tipico di una borghesuccia dirigente di origine ideologico-burocratica (funzionariato partitico)incapace di cogliere il 'valore delle differenze', e svilupparne le potenzialità. 'Stare alla moda', per essere riconosciuti dal 'Badrone' di cui si invoca benevolenza (di volta in volta l' URSS, gli USA, un domani perfino la Papuasia) è l' imperativo assoluto che nega oggi, ai napoletani stessi, all' Italia, al mondo intero, addirittura il patrimonio della 'canzone' ! Napoli per prima, già tre secoli fa, inventò letteralmente questo genere popolare e colto insieme, che fece trionfare all over the world per ben due secoli filati. Oggi che, dopo la fine del breve regno del rock anglosasone ridotto alla imposizione a platee zombies di fantocci-da-video come Michael Jackson o Madonna &c.,tutte le culture musicali nazionali sono tornate di prepotenza alla ribalta (tango, rai, caznoni spagnole e francesi, flamenco, bande balcaniche, ecc.), solo la canzone napoletana, di cui Di Giacomo fu autore tra i più sommi, si può dire giaccia ancora sotto la spianata d' asfalto costituita dall' ideologia collettivizzante del Canto Unico, come il pensiero ex-libbberale, almeno fino ai salvataggi pubblici delle bancfe affaristiche ! Così, se il Museo di Capodimonte, anche sui giornali, viene posposto alle kermesse del famoso M.A.D.R.E. vanamente pompato dal sistema dell' informazione provinciale(che 'Museo' d' Arte 'Contemporanea' è già una contraddizione in termini) dei vari Corrierini Repubblikini di ogni Mattino che Ddddio manda in terra; anche il teatro napoletano è semplicemente scomparso dalle scene locali, sostituito dall' 'attualitarismo' di autori d' area anglosassone: Tutto ciò che non è vietato, come la canzone melodica che si è rifugiata 'pè vichi e vicarielli', in seno al popolo da cui è inestirpabile perchè connaturata ad esso, ed inseguita dalle scomuniche ideocratiche che la condannano come 'arte camorristica', o come Salvatore Di Giacomo sgradito a quel mammalucco di Benedetto Croce che lo giudicò 'bozzettistico'. Un giudizio analogo a quello di un musicologo di estrazione idealistica come lui, Fausto Torrefranca, che in ugual modo condannò il genio di Giacomo Puccini, oggi riconosciuto universlmente come uno dei più grandi e raffinati operisti di tutti i tempi, di sconcertante modernità...Di Giacomo, viceversa, è autore di potenza visionaria e viscerale che passa il secolo, come è il caso della tragedia 'Assunta Spina', non meno 'attuale' che un personaggio femminile di Henrik Ibsen; quando non è l' autore di raffinatissimi 'pastiche' alla francese come l' 'Abbé Péru', ed infiniti altri drammi oggi completamente dimenticati. Conforta allora che in un Teatro napoletano Ottavio Costa, per Libera Scena Ensemble, assembli in una apposita drammaturgia, le lettere tra il Poeta e l' Amante: che misurano la profondità sentimentale dell' Uomo, in diretto rapporto con la forza tragica dei suoi scritti, e la finezza potente del verseggiare: "Avite maie liggiuto quacche cosa ca, zumpanno, v'ha fatto, llà ppe llà nu sciore sicco, na frunnella 'e rosa, nu mutivo 'e canzone allicurdà ? D'allicuorde campammo. A poco a poco cennere fredda avimm' addeventà, ma sempe sott' 'a cennere lu ffuoco d' 'e tiempe belle s'annascunnarrà. Va, libbro, atturniato d'angiulille, sceta stu ffuoco e nun 'o fa stutà; nu sciore sicco, nu cierro 'e capille a chi te legge falle allicurdà..." CHIARA ROTONDI DALLA INTRODUZIONE AL PROGRAMMA DI SALA---Si diceva che il pacco delle lettere stesse su un armadio. Elisa di Giacomo Avigliano, ormai vedova, già ammalata, riceveva gli amici, i rari e affezionati che l'andavano a trovare, e diceva: «Le distruggerò». Indicava l'alto dell'armadio con un gesto vago. Erano le lettere d'amore del poeta, le lettere del lunghissimo fidanzamento loro. Si erano conosciuti nel 1905, si sposarono nel 1916 ed ebbero una vita matrimoniale non molto dissimile da ciò che era stato l'idillio precedente. Gli anni dispersero le gelosie, ma non spensero i litigi d'amore. Ma per tutta la vita che trascorsero da marito e moglie, Elisa fu amorosamente devota a Salvatore, ancora più devota e sollecita durante la malattia degli ultimi anni. Nell'estate del '30 di Giacomo fu colto da un attacco di uricemia, seguito da una lunga astenia nervosa da cui non si riebbe più. Un nuovo attacco di uricemia, nel febbraio del 1934, lo spense. Morì nella notte fra il 4 e il 5 aprile di quell'anno. Elisa visse fino al 15 giugno del 1962. Gli ultimi anni si ammalò di arteriosclerosi e li trascorse in una quieta follia. Aveva in casa un quadro, comperato presso un antiquario da Salvatore. Raffigurava un vecchio signore d'altri tempi. Di Giacomo, scherzosamente, lo chiamava «l'antenato». Elisa gli aveva praticato un foro tra le labbra. «Ha fame», diceva, e lo nutriva con una pompetta colma di latte. La pazzia svela talvolta i desideri: forse, in questo caso, un bisogno di maternità, forse, semplicemente, il desiderio di accudire ancora l'amato Salvatore. Ma Elisa, impazzita, serbava un segreto dolorosamente scoperto dopo la sua morte: distruggeva giorno per giorno il tesoro di lettere d'amore scrittele dal poeta nei lunghissimi tormentati anni in cui sperarono di poter essere, almeno una volta, felici. Buona parte di quelle lettere andò così perduta, ma alcune si salvarono misteriosamente e aiutano, oggi, a vedere oltre il poeta di Giacomo, in filigrana, l'uomo. ________________________________________ ________________________________________ INFORMAZIONI GENERALI |
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